Dalle scuole medie alle superiori: quando cambiare significa (ri)scoprirsi.

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Il suono della campanella che segna la fine dell’ultimo giorno di scuola media. Gli schiamazzi euforici lungo il corridoio fino all’uscita. La scorciatoia sterrata bruciata dal sole inclemente, le scarpe consumate, lo zaino Eastpak portato su una spalla sola perché sì (a mia discolpa posso dire che all’epoca era cool, oggi non sono più cool nemmeno gli Eastpak, eh?), e poi, una volta a casa, il tempo di ingurgitare un piatto riscaldato di spaghetti incollati e via, fuori, a giocare con gli amici di sempre.

Certi finali nella vita vera sono un po’ come quelli delle serie tv cult o dei nostri libri preferiti: ci restano addosso, impigliati tra i fili annodati della nostra memoria.

Per questo ricordo fin troppo bene l’insofferenza del periodo, quel grugnito che accompagnavo in risposta al «Allora, Vale, sei pronta per iniziare le superiori?!».

Primo spoiler! Non lo ero affatto, manco per sbaglio.

Per me non era finito nulla: ero la stessa ragazzina nerd con quattro amici veri e molti immaginari, che divorava un libro dopo l’altro per vivere avventure in mondi fantastici (dove possedevo una bacchetta magica e volavo su una Firebolt) e per essere altro da me, quando la versione “me”, non mi convinceva affatto.

Secondo spoiler! Questo succede ancora, più spesso di quanto vorrei ammettere.

Quando qualcosa intorno a te cambia, non ti accorgi che stai cambiando pure tu. E non è sempre un male, anzi: i cambiamenti vengono associati alla vita in potenza, l’immobilità a ciò che si lascia morire.

Allora diciamo che il punto forse è questo. Vivere un momento di passaggio, come quello fra medie e superiori, significa anche lasciare andare una parte di te per abbracciarne un’altra, senza che nessuno vi abbia mai presentati prima.

E se ti sta antipatica? Se si circonda di persone che non ti piacciono? Se ascolta pessima musica? Se si mette nei guai?

Tra ciò che conoscevamo bene come le nostre tasche– volti, voci, luoghi, situazioni familiari – e ciò che non conosciamo ancora si staglia davanti a noi una zona d’ombra. È lei, credo, a fare paura.

Stephen King, nel suo “L’ombra dello Scorpione” scriveva qualcosa come:

Nessuno è in grado di dire che cosa succede tra la persona che eri e quella che diventi. Nessuno può disegnare la cartina di quella dolente e malinconica sezione di inferno. Non esistono carte del mutamento. Semplicemente … esci dall’altra parte.
O non lo fai.

Sembra tutto così spaventoso ma in realtà la parte divertente c’è, ed è forse la più importante: cambiare significa scoprirsi e riscoprirsi sempre.

E con la scoperta, viene con sé anche la capacità di stupirci, di vivere ciò che ci accade con occhi nuovi e nel tempo presente.

Raccontare storie per ragazz* – forse dovrei dire “condividere”, perché ogni storia appartiene a qualcuno, anche quando quel qualcuno è un personaggio inventato – per me è attraversare insieme a giovani lettori e lettrici, ma pure ai più adulti, questa incerta zona di passaggio. Dove dentro c’è di tutto: nostalgia, speranza, paure, incomprensioni, impazienza, meraviglia, fame. Ci sono le compagnie di sempre e quelle per sempre, le delusioni, i sogni, gli amori strappa-cuore, e le prime disillusioni.

Ci sono le contraddizioni, oh, una marea: il voler essere capiti e l’impressione che nessuno potrà mai farlo davvero. Tra lo stare bene anche da sol*, e la paura di rimanerci. La brama di trovare qualcuno che ci assomigli, far parte di qualcosa, e allo stesso tempo sentirci speciali.

C’è bisogno di connessione, di aggrapparci a quell’ancora di salvezza che è l’empatia fra esseri umani.

Ci sono tante, tantissime, domande.

Scrivere per adolescenti, anzi, come dice il buon Alessandro Ferrari, scrivere di adolescenti, per me è condividere tutto questo sentire. Partire dalle paure che si portano dentro – che sono anche le mie e sono abbastanza sicura siano state quelle di tutti – e dai desideri che li muovono per il mondo, fare un pezzetto di strada insieme per capire invece di cosa hanno bisogno per davvero. E poi lasciarli andare, perché forse è vero che non tutto può essere raccontato. Proprio come si chiede Elisa Cerruti, una delle protagoniste di “Un’amicizia” il romanzo di Silvia Avallone.

La vita ha davvero bisogno di essere raccontata, per esistere?”

Ecco, a proposito di punti interrogativi, aggiungo un’ultimissima cosa.

I libri per ragazz* diventano indispensabili, oggi, quando riescono a sfidarci, a darci più quesiti che soluzioni. E allora scrivere per questa età in potenza, significa anche scrivere per chiunque si ponga domande alle quali non sa rispondere.

Chiunque continui a cercare, con lo zaino sulle spalle e un paio di scarpe consumate ai piedi ma con lo sguardo sereno, libero da preconcetti e pregiudizi, libero di contenere tutto ciò che ancora non è accaduto.

Le domande fanno bene, ci fanno muovere in avanti con consapevolezza.

Sono costruite con le parole e le parole poi se ne vanno in giro per il mondo, si trasformano in storie sempre nuove da raccontare.

E le storie aiutano a trovare la luce per uscire dall’ombra, a qualsiasi età.

di Valentina Sagnibene

Valentina Sagnibene sogna di fare la scrittrice da sempre: parole e storie sono la sua passione. Dopo il Master in Screenwriting and Production, ha iniziato a lavorare come assistente di produzione per il cinema e come copywriter freelance. Oggi è diventata autrice di romanzi per ragazzi e giovani adulti.  Con DeAgostini Libri ha pubblicato “Con o Senza di Noi”, vincitore della menzione di merito al Premio Scaramuzza 2021 e “Libera La Tua Voce” (2022), sotto lo pseudonimo di Febe Giorgi. Con il Battello a Vapore “Storia di Ragazzi Difettosi”, semifinalista al premio Bancarellino 2022.

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