Il mio incontro con Malala

Di

adriana-carranca

Qualche anno fa partii per un viaggio nella magnifica Valle dello Swat, in Pakistan, per conoscere la storia di una ragazza, Malala Yousafzai. Era stata vittima di un attentato per il semplice fatto che voleva andare a scuola. La valle dove è nata è sperduta fra le cime innevate dell’Hindu Kush, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, la terra dei pashtun, il popolo guerriero che ha affrontato conquistatori come Alessandro Magno e Gengis Khan.

I pashtun non si sono mai lasciati dominare, perché sono il popolo più intrepido e valoroso di tutti i popoli intrepidi e valorosi! Il filosofo greco Erodoto, padre della Storia, descrisse così il “paktuike”, il luogo dove oggi si trova la valle dello Swat: era abitato da formiche giganti che estraevano oro nel deserto, da cammelli che correvano come cavalli e dal popolo “più guerriero di tutti”.

È da loro che le bambine dello Swat hanno ereditato il coraggio.

Quando visitai la valle, Malala dormiva ancora, e nessuno sapeva se un giorno si sarebbe svegliata.

Il mio incontro con lei fu l’incontro tra due dimensioni del tempo: il tempo reale e quello immaginario. Per me Malala cominciò a esistere negli appunti per un libro che avrebbe parlato di quella ragazza straordinaria nata in una zona tribale devastata dalla guerra e che aveva osato sfidare nemici spietati per trasformarsi nell’eroina contemporanea di una favola. Una favola reale!

Mentre le lancette scandivano il tempo e Malala lottava per la vita, lei era sempre più viva nella memoria della valle, nei ricordi delle amiche, di vicini, parenti, professori e compagni con cui parlai; nei disegni appesi alle pareti della sua stanza, sugli scaffali della libreria, sui banchi di scuola. In quel viaggio raccolsi gli scampoli della sua vita per cucire il personaggio di Malala.

Negli anni che seguirono passai con lei ogni giorno, nutrendo la sua esistenza con le parole, fino a quando Malala prese forma nei tratti dell’illustratrice Bruna Assis Brasil. Fu così che Malala nacque per me, mentre nella realtà stava rinascendo, in Inghilterra, il paese dove vive ancora oggi.

Una sera d’estate, quando la incontrai di persona per la prima volta, fu come se Malala fosse uscita dalle pagine del libro per diventare una persona in carne e ossa. Durante quell’incontro emozionante, le due Malala, quella vera e il personaggio (non meno reale) del libro, divennero una cosa sola. Malala osservò lentamente le fotografie che avevo portato, passando le mani delicate sulle immagini, come se volesse riportarle al tempo presente. Erano foto che avevo scattato nella sua casa nella Valle dello Swat, nella sua scuola e a casa delle amiche: scene di un tempo ormai lontano.

Malala è nata e cresciuta tra i corridoi della Scuola Khushal, del professor Ziauddin Yousafzai, suo padre. «Chiunque abbia incontrato almeno una volta Malala ha capito che aveva qualcosa di speciale», mi disse la direttrice Maryam Khalique, quando visitai la scuola. Nell’atrio, seduta su una panca, osservavo le alunne che entravano. Nell’attraversare il portone di legno, una dopo l’altra si trasformavano, come se si trattasse di un portale magico. L’espressione preoccupata lasciava spazio al sorriso. La paura all’entusiasmo. Il silenzio agli schiamazzi. I passi prudenti al corri corri su per le scale.

In un mattino di sole, le trovai riunite nel cortile con vista sulle montagne. Le ragazze mi raccontarono che a scuola
Malala era la più sapiente, la più audace, la più loquace. Fin da piccola, faceva discorsi da grande!

E cosa rendeva Malala così speciale? Il desiderio di sapere. A volte domandava alle persone, altre volte ai libri, ma non restava senza risposte. Era il suo grande desiderio di sapere a renderla speciale.

«Come osano i talebani negarmi il diritto all’istruzione?» protestava Malala. A dodici anni cominciò a scrivere un blog, una finestra aperta sulla Valle dello Swat, dove alle bambine e alle ragazze era proibito studiare.
Il primo post cominciava così: “Ho paura”.
Malala, però, era molto coraggiosa, perché avere coraggio non significa non avere paura, ma affrontare le paure che abbiamo.

Come un’eroina contemporanea, Malala non sognava il principe azzurro, ma il mondo di possibilità che la conoscenza può offrire. A quindici anni subì un attentato per aver difeso il diritto allo studio.

Malala è sopravvissuta per raccontarci la sua storia e dimostrare che le parole sono più potenti delle armi. È la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace. La sua voce ispira persone di ogni provenienza e di ogni età.
Malala ha cambiato il mondo con le parole.

© Adriana Carranca – Traduzione di Marianna Scaramucci
(articolo pubblicato su Robinson di Repubblica il 31 ottobre 2020)

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